Tamara de Lempicka — Maternità
Non carne, ma volumi puri. Il manto blu diventa architettura che isola e protegge. Scolpirò questo bacio con la luce, rendendo la madre una Madonna moderna, immobile ed eterna. L'amore qui si fa solido, una fortezza geometrica contro il freddo di Parigi.
Parigi, 1922. Qui, nella Ville Lumière, devo rinascere. Devo essere Tamara. E davanti a questa immagine, sento un brivido che non è freddo, ma pura ispirazione. Attraverso i miei occhi vedi l'architettura dell'affetto. Non una semplice donna che bacia un bambino. Vedo una cattedrale costruita sulla tenerezza. Quel velo... non è semplice stoffa. Ai miei occhi diventa una massa scultorea, pesante, quasi metallica. È un blu oltremare profondo, solido. Vedo le pieghe trasformarsi in piani geometrici, ombre taglienti che definiscono il volume. Questo manto non copre solo la testa; è una fortezza che protegge il bambino dal mondo esterno, quel mondo che io so essere crudele. Osserva il profilo della madre. La luce colpisce la sua fronte e il naso con una precisione quasi chirurgica. Non voglio dipingere la "morbidezza" impressionista; voglio la solidità del Rinascimento italiano filtrata attraverso la modernità delle macchine. La sua pelle deve sembrare liscia come porcellana, o meglio, come marmo levigato. Le mani che sostengono la testa del neonato sono fondamentali. Sono mani forti, eleganti, con dita affusolate. Nella mia mente, le vedo già stilizzate, quasi a formare una "coppa" perfetta che trattiene la vita. In questa immagine rivedo me stessa e la mia piccola Kizette. "In questo bacio non c'è solo amore, c'è disperazione e promessa." La posa è classica, ricorda le Madonne di Botticelli o Pontormo che ho studiato in Italia, ma l'emozione è moderna, urgente. Il modo in cui le labbra sfiorano la testa del neonato... è un contatto silenzioso ed eterno.
Tamara de Lempicka